Il 16 marzo non è una data come le altre nel calendario civile italiano. È una cicatrice che attraversa la storia della Repubblica, il promemoria di un giovedì mattina del 1978 in cui il cuore di Roma divenne teatro di un atto di guerra in tempo di pace. L'agguato di Via Fani, culmine della strategia eversiva delle Brigate Rosse, segnò il rapimento dell'onorevole Aldo Moro, ma soprattutto costò la vita a cinque servitori dello Stato. Cinque uomini, prima ancora che divise, falciati in una manciata di secondi sotto un fuoco incrociato e spietato.
Oggi, la memoria deve essere prima di tutto un atto di restituzione dell'identità. Troppo spesso la narrazione storica si concentra, inevitabilmente, sulla figura politica di Aldo Moro, relegando gli uomini della sua scorta al ruolo di "danni collaterali" della cronaca. Ma in quella strada romana caddero padri di famiglia, giovani fidanzati, lavoratori che credevano nel giuramento prestato alle istituzioni.
Dobbiamo ricordare Oreste Leonardi e Domenico Ricci, i due appuntati dei Carabinieri che si trovavano nell'auto con Moro; Leonardi, il caposcorta fidato, fece scudo con il proprio corpo per proteggere lo statista. E dobbiamo ricordare Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, gli agenti della Polizia di Stato a bordo dell'Alfetta di scorta. Iozzino, giovanissimo, fu l'unico a riuscire a estrarre l'arma e a tentare una disperata risposta al fuoco prima di cadere. Ricordare i loro nomi significa rifiutare l'oblio e riconoscere l'altissimo prezzo pagato per la tenuta democratica del nostro Paese durante gli oscuri "Anni di Piombo".
La strage di Via Fani rappresentò il punto di non ritorno della criminalità politica, un fenomeno mosso da un'ideologia delirante che pretendeva di sovvertire lo Stato colpendone i simboli. Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, il volto della minaccia è profondamente mutato. Se ieri il pericolo si manifestava con il clamore dei mitra, le rivendicazioni volantinate e la lotta armata nelle piazze, oggi il crimine ha scelto la via del silenzio e dell'invisibilità.
La criminalità contemporanea ha dismesso la mimetica ideologica per indossare l'abito del broker finanziario o del pirata informatico. Le mafie e le organizzazioni criminali hanno compreso che il sangue attira l'attenzione delle istituzioni, mentre il profitto prospera nell'ombra.
Le differenze principali tra l'eversione di ieri e il crimine di oggi sono radicali:
-
Dalla piazza al cyberspazio: Il campo di battaglia non sono più le strade delle città, ma i server, il dark web e le infrastrutture critiche. Il cybercrime paralizza ospedali e multinazionali con i ransomware, rubando dati e identità con una velocità impensabile nel 1978.
-
Dall'ideologia al profitto globale: Le Brigate Rosse volevano distruggere il capitalismo; le reti criminali odierne lo sfruttano. I cartelli moderni sono multinazionali flessibili che investono in criptovalute, riciclano denaro nei mercati immobiliari legali e gestiscono traffici internazionali di droga senza sparare un colpo.
-
Dal terrore all'infiltrazione: L'obiettivo non è più abbattere lo Stato frontalmente, ma infiltrarne i gangli economici e amministrativi. È una "mafia silente" che corrompe, appalta e distorce la libera concorrenza dall'interno.
L'anniversario di Via Fani ci insegna che lo Stato, ieri come oggi, ha bisogno di difensori. Gli uomini della scorta di Aldo Moro affrontarono un nemico visibile e feroce con il coraggio del dovere quotidiano. Oggi, le forze dell'ordine e la magistratura combattono una guerra più subdola e asimmetrica, fatta di codici, algoritmi e transazioni fantasma.
Mantenere vivo il ricordo di Leonardi, Ricci, Rivera, Zizzi e Iozzino non è solo un esercizio di retorica, ma un richiamo alla responsabilità civile. Ci ricorda che la democrazia non è mai conquistata per sempre, ma va difesa ogni giorno, adattando i nostri strumenti a un male che cambia forma, ma non rinuncia mai a minacciare la nostra libertà.
Antonio Sebastiani

Comments