La morte del giovane Ramy Elgaml, avvenuta nella notte del 24 novembre 2024 durante un inseguimento nel Milanese, continua a generare polemiche, dubbi e prese di posizione spesso influenzate più dall’emotività che dall’analisi dei fatti. Oggi sette carabinieri risultano indagati, e parte dell’opinione pubblica sembra già aver emesso un verdetto. Ma se crediamo davvero nello Stato di diritto, il primo passo è ricordare che le indagini non equivalgono a una condanna e che la ricostruzione completa degli eventi è tutt’altro che definita.
Gli stessi atti preliminari parlano chiaro: la dinamica dell’inseguimento non è stata, almeno secondo le prime perizie, una manovra arbitraria o sconsiderata. Un mezzo, uno scooter guidato da un ragazzo senza patente, avrebbe affrontato otto chilometri di fuga ad alta velocità, effettuando manovre imprevedibili e pericolose. È facile giudicare da un tavolo, ma per chi opera ogni notte per garantire sicurezza, un veicolo in fuga non è mai un dettaglio: è un pericolo concreto per chi guida, per i passeggeri, per i pedoni e per lo stesso equipaggio di pattuglia.
Il carabiniere che si trova a dover decidere se interrompere o proseguire un inseguimento non agisce in un vuoto normativo: segue procedure, protocolli e valutazioni istantanee. L’errore più grande sarebbe quello di sovrapporre il senno di poi a decisioni prese in una frazione di secondo. In questi casi, anche un movimento improvviso del mezzo inseguito può trasformare un intervento standard in un incidente gravissimo.
C’è poi un aspetto che molti evitano di considerare: la pressione psicologica sulla pattuglia. Ogni giorno gli operatori delle forze dell’ordine affrontano situazioni che un cittadino comune vede solo nei film. Lo fanno spesso con mezzi insufficienti, personale ridotto, turni massacranti e un livello di responsabilità enorme. Ogni scelta comporta conseguenze penali, mediatiche e morali. E in un clima di sospetto generalizzato, molti agenti si ritrovano nella condizione paradossale di essere accusati tanto se intervengono quanto se non intervengono.
Per questo difendere la posizione dei Carabinieri indagati non significa negare l’importanza della trasparenza o dell’accertamento dei fatti, né tantomeno ignorare il dolore della famiglia della vittima. Significa però ribadire che, finché non ci sarà una sentenza definitiva, ogni militare coinvolto ha diritto a essere considerato professionista, servitore dello Stato e soprattutto cittadino innocente.
Inoltre, la narrazione pubblica tende spesso a concentrarsi esclusivamente su eventuali errori — reali o presunti — dell’Arma, lasciando completamente in ombra la condotta del veicolo in fuga. Ma il contesto va letto nella sua interezza: senza fuga, senza manovre imprudenti, senza rifiuto dell’alt, quell’incidente forse non sarebbe mai avvenuto. Non si tratta di attribuire colpe, ma di comprendere che ogni intervento nasce da un comportamento che viola la legge.
Infine, bisogna evitare che questo caso diventi terreno di scontro politico o di generalizzazioni pericolose. Colpevolizzare l’intera istituzione significa indebolire la fiducia verso chi ogni giorno mette a rischio la propria vita per difendere quella degli altri. Criticare l’Arma in modo giusto e costruttivo è doveroso; trasformare ogni singolo episodio in un atto d’accusa generalizzato è irresponsabile.
Serve equilibrio. Serve rigore. Serve giustizia — non giustizialismo.
La verità arriverà nelle aule di tribunale, non nei commenti sui social. E fino ad allora, difendere il diritto dei carabinieri a un giudizio equo significa difendere anche la credibilità dello Stato e delle sue istituzioni.
Antonio Sebastiani

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