Rovigo, la città in cui tra l'altro lavoro quotidianamente e che conosco molto bene, è stata recentemente teatro di un episodio che merita una profonda riflessione. Nei giorni scorsi, la normale tranquillità della nostra zona è stata scossa da un grave fatto di cronaca: la caserma dei Carabinieri ha subito un'aggressione in piena regola. Un ragazzo di 23 anni, di origini tunisine, ha perso il controllo e si è introdotto clandestinamente all'interno della caserma per poi scagliarsi con violenza contro i militari. Un attacco diretto e del tutto improvviso, durante il quale ben quattro carabinieri sono stati aggrediti fisicamente mentre svolgevano il loro normale turno di servizio.
Di fronte a una situazione così delicata e pericolosa, sento il dovere di esprimere la mia più sincera gratitudine e il mio totale compiacimento per il lavoro svolto dai colleghi intervenuti. I militari hanno gestito un'emergenza improvvisa in maniera a dir poco impeccabile. Il loro intervento è stato fulmineo, riuscendo a bloccare l'aggressore in tempi brevissimi. Ma l'aspetto che voglio sottolineare con maggiore forza è la loro altissima professionalità: hanno agito mantenendo sempre la lucidità e, soprattutto, in maniera rigorosamente rispettosa di tutte le regole. Non è per nulla facile mantenere il sangue freddo e il controllo quando si viene attaccati fisicamente, eppure i carabinieri lo hanno fatto, tutelando la sicurezza di tutti e dimostrando il grande valore della divisa che indossano.
Tuttavia, se da un lato c'è un forte orgoglio per un'operazione di polizia condotta in modo perfetto, dall'altro emerge una grande perplessità per come si è concluso l'iter processuale di questa vicenda. È proprio in questi momenti che la fiducia di chi lavora per strada rischia di vacillare. Dopo un arresto per fatti così gravi, ci si aspetterebbe una risposta ferma e decisa da parte del sistema giudiziario. Invece, la decisione presa lascia un senso di vuoto.
L'udienza in tribunale è stata fissata per il primo di luglio. Dopo aver aggredito quattro servitori dello Stato all'interno di una caserma, ci si aspetterebbe che il soggetto attendesse il giorno del giudizio in un regime di detenzione. E invece le cose sono andate diversamente. Il ventitreenne non aspetterà l'udienza in carcere. Il giudice ha deciso di rimetterlo in libertà, applicando nei suoi confronti soltanto la misura cautelare del divieto di dimora nelle province di Rovigo e Padova. In parole semplici, gli è stato solo imposto di fare le valigie e di non farsi più vedere da queste parti.
È un epilogo che genera profonda amarezza. Un provvedimento di questo tipo appare debole, quasi come un semplice invito a cambiare città, piuttosto che una vera e propria conseguenza per aver attaccato con violenza le forze dell'ordine. Chi indossa una divisa e rischia la propria incolumità merita di essere tutelato sempre, per garantire il rispetto della legge e la sicurezza della comunità. Lasciare un individuo libero di muoversi altrove, con il solo obbligo di stare lontano da Rovigo, fa sorgere una domanda lecita in vista del primo luglio.
Si presenterà all’udienza?

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