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Cagnano Varano, tragedia in caserma: un carabiniere forestale si toglie la vita a 25 anni

Un’altra divisa spezzata: il silenzio che uccide più delle armi

Ancora una volta l’Arma dei Carabinieri piange uno dei suoi figli.
Un giovane carabiniere forestale di appena 25 anni è stato trovato senza vita all’interno della caserma di servizio a Cagnano Varano, nel foggiano. Le prime ricostruzioni parlano di suicidio. Una notizia che scuote, che ferisce, che lascia un senso di impotenza difficile da spiegare.

Non è solo una tragedia personale o familiare. È una ferita che riguarda tutti noi che indossiamo una divisa, che viviamo ogni giorno il peso della responsabilità, delle aspettative, delle pressioni operative, spesso senza strumenti adeguati per gestire il carico emotivo.

Dietro una divisa non c’è solo disciplina, servizio e sacrificio. C’è una persona. Con fragilità, paure, stanchezza, solitudine. E troppo spesso questo lato umano viene ignorato, minimizzato o addirittura considerato un problema da nascondere.

Nel mondo militare e delle forze dell’ordine parlare di disagio psicologico è ancora un tabù. Molti colleghi evitano di chiedere aiuto per paura di conseguenze sulla carriera, sull’idoneità al servizio, persino sul porto dell’arma. Questo crea un cortocircuito pericoloso: il silenzio diventa isolamento, l’isolamento diventa sofferenza, la sofferenza può trasformarsi in tragedia.

Ogni suicidio non è mai un gesto improvviso. È quasi sempre il risultato di un percorso fatto di stress accumulato, carichi emotivi non elaborati, mancanza di ascolto e di supporto reale.

Come rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e come dirigente sindacale militare, sento il dovere di ribadire un concetto semplice ma fondamentale:
👉 la tutela della salute psicologica è parte integrante della sicurezza sul lavoro.

Servono:

  • sportelli di ascolto realmente accessibili e riservati,

  • psicologi formati sulle dinamiche militari,

  • procedure che tutelino chi chiede aiuto, senza penalizzazioni,

  • una cultura organizzativa che riconosca il valore della prevenzione, non solo dell’intervento emergenziale.

Non possiamo continuare a contare i morti e limitarci ai comunicati di cordoglio. Ogni tragedia deve diventare una responsabilità collettiva.

Ricordare questo giovane collega significa impegnarsi affinché nessun altro carabiniere debba sentirsi solo di fronte al proprio disagio.

La divisa protegge i cittadini.
Ma chi protegge chi indossa la divisa?

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