Antonio Sebastiani

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Caso Garlasco, le colpe dei "carabinieri con la terza media". Polemiche sulle dichiarazioni del generale Garofano.

Le recenti dichiarazioni attribuite al Generale Garofano sul caso Garlasco, in particolare il passaggio in cui la responsabilità verrebbe fatta ricadere su “carabinieri con la terza media”, meritano una riflessione seria, pacata ma ferma. Non per spirito polemico, ma per rispetto verso un’Istituzione e verso le donne e gli uomini che ogni giorno la rappresentano sul territorio.

Parlo con un sentimento iniziale di sincera stima personale e professionale nei confronti del Generale. La sua carriera e le sue competenze hanno dato lustro all’Arma dei Carabinieri. Proprio per questo, però, certe espressioni pesano ancora di più. Quando a parlare è una figura di alto profilo, ogni parola diventa messaggio pubblico, ogni frase può orientare percezioni e giudizi collettivi.

Ed è qui il punto: se un operatore intervenuto su una scena del crimine ha commesso un errore — ipotesi sempre possibile in qualunque organizzazione complessa — non è accettabile trasformare quell’errore in una generalizzazione su un’intera categoria di militari, per di più richiamando il titolo di studio in modo denigratorio. Non è corretto sul piano logico, non è giusto sul piano umano, non è utile sul piano istituzionale.

Nell’Arma, come in molte realtà operative, il valore di un carabiniere non si misura dal titolo di studio formale, ma dalla formazione professionale, dall’esperienza sul campo, dall’addestramento continuo e dal senso del dovere. Ci sono carabinieri con titoli accademici elevati e altri con percorsi scolastici più brevi, ma questo non determina automaticamente capacità o incapacità operativa. La qualità del servizio nasce dalla preparazione specifica e dalla catena di comando che dirige le attività, non dallo stereotipo.

Frasi come quelle circolate nel video rischiano di apparire avventate e facilmente strumentalizzabili. Offrono terreno fertile a chi vuole screditare l’Arma o contrapporre ruoli e funzioni interne. In un momento storico in cui le Forze dell’Ordine sono già sottoposte a forti pressioni mediatiche e sociali, servirebbe invece un linguaggio che unisce, non che divide.

C’è poi un altro aspetto fondamentale: la responsabilità nelle attività investigative complesse non può essere scaricata automaticamente sull’ultimo anello della catena. È un principio di organizzazione, prima ancora che di diritto. La gestione di una scena del crimine, soprattutto in casi delicati e di grande impatto, è il risultato di direttive, protocolli, coordinamento e supervisione. Coinvolge più livelli: autorità giudiziaria, comando operativo, reparti specializzati, procedure tecniche.

Per questo trovo condivisibile — sul piano del principio — l’osservazione più volte sostenuta dall’avvocato De Rensis: non si può attribuire sistematicamente la colpa al livello più basso della filiera gerarchica. Sarebbe una scorciatoia interpretativa e, soprattutto, una semplificazione pericolosa. Le eventuali responsabilità, quando ci sono, vanno accertate caso per caso, lungo tutta la linea di comando e direzione, senza scorciatoie narrative.

Nel caso Garlasco — come in ogni grande indagine — eventuali criticità operative, se accertate nelle sedi competenti, non possono che essere valutate partendo dalla direzione delle attività investigative e dal coordinamento complessivo dei sopralluoghi. È una considerazione di metodo generale: chi dirige ha una responsabilità di indirizzo e controllo che non può essere ignorata nel dibattito pubblico. Questo non significa puntare il dito, ma ricordare come funziona una struttura gerarchica.

Va anche ribadito un punto spesso dimenticato: i carabinieri che intervengono per primi su una scena agiscono quasi sempre in condizioni di urgenza, con informazioni parziali, sotto pressione e con l’obiettivo primario di mettere in sicurezza l’area e le persone. Possono commettere errori, certo — come ogni essere umano — ma operano nella stragrande maggioranza dei casi in buona fede e con dedizione. Trasformarli nel bersaglio facile di una narrazione colpevolizzante non rende giustizia alla realtà.

Per queste ragioni, ritengo che sarebbe opportuno — e istituzionalmente elegante — un chiarimento o una ricusazione di quelle espressioni. Non per censurare il pensiero critico, ma per evitare che una frase infelice diventi un marchio ingiusto su migliaia di servitori dello Stato.

La critica tecnica è legittima. La generalizzazione svalutativa no. Difendere questo confine significa difendere insieme il rigore delle indagini e la dignità delle persone che indossano ogni giorno una divisa.

Antonio Sebastiani

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