Sono trascorsi ormai dodici giorni da quel 15 luglio 2026, giorno in cui il Governo e tutte le organizzazioni sindacali rappresentative hanno sottoscritto il rinnovo del contratto del comparto Difesa e Sicurezza per il triennio 2025-2027.
Ho volutamente aspettato prima di esprimere un'opinione. Non volevo scrivere sull'onda dell'emotività, né contribuire a creare inutili polemiche. Ho preferito ascoltare, leggere, confrontarmi con tanti colleghi e raccogliere quante più informazioni possibile.
Oggi, con maggiore consapevolezza, sento il dovere di condividere una riflessione che è esclusivamente personale.
Il rinnovo contrattuale garantirà un incremento medio di circa 186 euro lordi mensili, con un aumento che, per i gradi più bassi, si tradurrà indicativamente in poco più di 100 euro netti al mese con relativi arretrati che si aggirano intorno ai 1100/1200 euro netti per gli anni 2025-2026. È un risultato che nessuno può definire negativo anche perchè la firma arriva all'interno del triennio di riferimento. Ogni aumento dello stipendio è sempre benvenuto, soprattutto in un momento storico in cui il costo della vita continua a crescere.
Eppure, continuo ad avere la sensazione che questa sia stata un'occasione persa.
La domanda che mi pongo è semplice: se gli effetti economici del contratto decorreranno soltanto da gennaio 2027, perché c'era tutta questa fretta di firmare?
Perché non attendere ancora qualche mese, magari fino all'autunno, con il varo della legge di bilancio, per verificare se vi fossero le condizioni politiche ed economiche per reperire ulteriori risorse da destinare al comparto?
È una domanda legittima, non una polemica.
Subito dopo la firma ho letto numerosi comunicati delle organizzazioni sindacali firmatarie. Molti parlavano di "atto di responsabilità", di "firma necessaria", di "scelta obbligata". Posizioni assolutamente rispettabili, ma sembravano quasi delle giustificazioni ai loro comportamenti, che quindi, paradossalmente, hanno rafforzato ancora di più i miei dubbi.
Se davvero era l'unica strada percorribile, perché si è sentita l'esigenza di giustificare così tanto quella scelta?
Proprio in quei giorni il Governo annunciava il cosiddetto "Decreto Sicurezza", presentandolo come un importante segnale di attenzione nei confronti delle Forze di polizia e del comparto Difesa e Sicurezza. In quel contesto, il rinnovo contrattuale non rappresentava forse la classica ciliegina sulla torta? Era davvero quello il momento migliore per chiudere la trattativa oppure si sarebbe potuto attendere ancora per cercare di ottenere qualcosa in più?
Del resto, subito dopo la sottoscrizione, il Ministro per la Pubblica Amministrazione, il Ministro dell'Interno e numerosi sottosegretari hanno rivendicato sui social il risultato raggiunto, presentandolo come una risposta concreta alle esigenze del personale.
Ed è proprio qui che nasce il mio rammarico.
Ho la sensazione che le organizzazioni sindacali non siano riuscite a presentarsi con un fronte realmente compatto. Forse, con una maggiore unità d'intenti e una strategia condivisa, si sarebbe potuto esercitare una pressione maggiore sul Governo e tentare di ottenere risorse aggiuntive.
Naturalmente nessuno può affermare con certezza che aspettare avrebbe significato ottenere un contratto migliore. Sarebbe scorretto sostenerlo. Ma allo stesso modo nessuno può escludere che un margine di trattativa esistesse ancora.
Ed è proprio questo il punto.
Quando si firma un contratto che accompagnerà migliaia di donne e uomini in divisa per i prossimi tre anni, ogni possibilità dovrebbe essere esplorata fino in fondo.
Perché gli aumenti ottenuti oggi resteranno gli stessi fino al prossimo rinnovo contrattuale e, salvo interventi straordinari, non ci saranno ulteriori correttivi.
La mia non vuole essere una critica a chi ha firmato, né tantomeno un processo alle organizzazioni sindacali. È semplicemente una riflessione che nasce dal confronto quotidiano con tanti colleghi e dalla convinzione che il personale del comparto Difesa e Sicurezza meriti un riconoscimento economico sempre più adeguato alle responsabilità, ai sacrifici e ai rischi che affronta ogni giorno.
Il dibattito, se condotto con rispetto e spirito costruttivo, non deve mai essere visto come un problema.
Anzi, è proprio dal confronto delle idee che possono nascere le migliori opportunità per il futuro.
Antonio Sebastiani

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