Vorrei fare una riflessione, con la massima umiltà, proprio in questi giorni, in cui i mass media e la stampa, in generale, stanno dedicando ampio spazio ai recenti fatti di cronaca.
Permettetemi, però, di esprimere un pensiero.
Ogni giorno vedo migliaia di donne e uomini appartenenti alle Forze dell'Ordine uscire di casa senza sapere cosa li attenderà durante il servizio. Li vedo intervenire negli incidenti stradali, salvare persone in pericolo, impedire suicidi, soccorrere vittime di violenza, affrontare criminali armati e mettere a rischio la propria vita per garantire la sicurezza di tutti noi.
Non è retorica, credetemi. È la realtà quotidiana di chi indossa una divisa. Eppure, mio malgrado, constato che questi episodi trovano spazio, nella maggior parte dei casi, soltanto nelle cronache locali, mentre raramente riescono a conquistare l'attenzione della stampa nazionale.
È una situazione che mi porta inevitabilmente a riflettere. Perché un salvataggio, un gesto di coraggio o un intervento che evita una tragedia sembrano avere un peso mediatico infinitamente inferiore rispetto a un errore, a un'indagine o a una vicenda giudiziaria che coinvolga un appartenente alle Forze dell'Ordine?
Non voglio assolutamente sostenere che eventuali responsabilità debbano essere nascoste o minimizzate. Vivo in uno Stato di diritto e credo fermamente che ogni comportamento scorretto debba essere accertato e, se necessario, sanzionato. Tuttavia, non posso fare a meno di notare uno squilibrio sempre più evidente nella narrazione pubblica: le notizie negative ricevono enorme visibilità, mentre il lavoro quotidiano, silenzioso e spesso eroico di migliaia di servitori dello Stato rimane confinato a poche righe nelle pagine di cronaca locale.
Mi basta leggere ogni giorno i giornali del territorio per rendermene conto. Leggo di Carabinieri che rianimano persone colpite da arresto cardiaco, di Poliziotti che salvano giovani intenzionati a togliersi la vita, di militari che estraggono automobilisti dalle lamiere, soccorrono anziani soli o intervengono tempestivamente durante aggressioni e rapine. Sono fatti concreti che raccontano uno Stato fatto di professionalità, umanità e senso del dovere. Eppure queste storie, troppo spesso, non diventano patrimonio dell'informazione nazionale.
Per questo motivo ho la sensazione che si stia creando una percezione pubblica inevitabilmente distorta. Se il cittadino viene esposto quasi esclusivamente alle notizie che riguardano presunti abusi o vicende controverse, finirà con il costruirsi un'immagine parziale delle Forze dell'Ordine. Non perché quella rappresenti la realtà della maggioranza degli operatori, ma perché è l'immagine che riceve con maggiore continuità.
Io credo che una democrazia matura debba essere capace di raccontare entrambe le facce della realtà. Debba denunciare gli errori quando esistono, ma anche valorizzare il sacrificio quotidiano di chi serve lo Stato con correttezza, professionalità e dedizione. Per me fare informazione significa offrire un quadro completo, non selezionare soltanto gli episodi che alimentano polemiche, divisioni o contrapposizioni politiche.
Temo che, diversamente, si finisca per logorare progressivamente il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. E quando viene meno la fiducia verso chi ogni giorno garantisce la sicurezza pubblica, a perdere non sono soltanto gli uomini e le donne in divisa, ma l'intera collettività.
Per questo penso che sia arrivato il momento di cambiare prospettiva. Vorrei un'informazione più equilibrata, capace di raccontare anche il coraggio silenzioso di chi ogni giorno sceglie di mettersi al servizio degli altri. Le Forze dell'Ordine non chiedono privilegi né immunità dal giudizio pubblico; chiedono semplicemente che il loro lavoro venga raccontato nella sua interezza.
Sono convinto che una società che dimentica i propri servitori dello Stato quando fanno il bene, ma li ricorda soltanto quando finiscono al centro di una polemica, rischi di perdere il senso stesso della legalità e del servizio pubblico.
Dire grazie a chi ogni giorno protegge le nostre città non significa rinunciare allo spirito critico. Significa semplicemente riconoscere che dietro una divisa ci sono persone che, spesso lontano dalle telecamere, continuano a difendere la sicurezza di tutti.
Antonio Sebastiani

Comments