Antonio Sebastiani

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caso ramy, nuovo capo d'imputazione per il carabiniere

Giustizia per Ramy: Quando il Dovere Diventa un Labirinto d’Amarezza

A quasi due anni da quella tragica notte del 24 novembre 2024, il nome di Ramy Elgaml torna a scorrere tra i titoli di cronaca, ma non per portare la parola "fine" che la sua famiglia e la comunità del Corvetto attendono con rassegnazione. L’ultimo aggiornamento giudiziario, riportato da Sky TG24, non è che l’ennesimo capitolo di un’odissea burocratica che lascia un sapore amaro, quasi metallico, in bocca: il carabiniere alla guida dell’auto inseguitrice resta indagato, ma con una nuova formula, quella dell’omicidio stradale per "eccesso colposo nell’adempimento del dovere".

Leggere queste parole oggi provoca un moto di stanchezza. Siamo di fronte a un paradosso semantico e legale che sembra quasi voler attutire il peso di una vita spezzata a diciannove anni. Certo, dal punto di vista tecnico-giuridico, la modifica dell'imputazione suggerisce una condotta che non nega l’errore (una distanza di sicurezza non rispettata rispetto alla velocità dello scooter), ma lo inserisce nella cornice di un servizio d'ordine. Tuttavia, per chi guarda al lato umano della vicenda, questa continua ridefinizione dei capi d’accusa appare come un gioco di specchi che allontana il momento del giudizio vero e proprio.

L’amarezza non nasce solo dal "cosa", ma soprattutto dal "quando". Sono passati mesi, perizie contrapposte e nuovi avvisi di conclusione indagini che sembrano rincorrersi senza mai tagliare il traguardo di un’aula di tribunale definitiva. Le lungaggini della giustizia italiana, in questo caso, non sono solo una statistica da talk show, ma una ferita aperta che viene costantemente sollecitata da notifiche, rinvii e cambiamenti di prospettiva. Come può una famiglia elaborare un lutto se il sistema stesso non è in grado di stabilire, con tempi dignitosi, dove finisca il dovere e dove inizi la colpa?

Il sospetto che serpeggia, doloroso, è che il tempo stia lavorando per sbiadire i contorni di quella notte. Ricordiamo i momenti immediatamente successivi: le accuse di depistaggio, i video cancellati dai testimoni su presunta pressione dei militari, le dashcam "dimenticate". Oggi, mentre alcuni di quegli indagati vedono la loro posizione alleggerirsi o stralciarsi, resta quel titolo di "omicidio stradale" che pende sopra la testa di un servitore dello Stato, in un limbo che non giova a nessuno. Non giova all’Arma, che meriterebbe chiarezza per non restare macchiata dall’ombra del dubbio, e non giova certo alla memoria di Ramy.

Il rischio è che, tra una notifica e l’altra, la morte di un ragazzo diventi solo un fascicolo polveroso, un groviglio di commi e interpretazioni dove la "giustizia" viene sacrificata sull'altare della procedura. Restiamo qui, in attesa di un processo che sembra sempre sul punto di iniziare e che invece muta pelle ogni volta, lasciando intatto solo il dolore di chi non c'è più e la frustrazione di chi è rimasto a chiedere verità.

Antonio Sebastiani

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