Quando si parla di sicurezza nazionale e di Forze dell'Ordine, la retorica istituzionale è spesso permeata da grandi dichiarazioni di stima e rassicurazioni. Dalle aule parlamentari ai salotti televisivi, non mancano mai i ringraziamenti per chi indossa una divisa e garantisce la nostra incolumità. Eppure, se ci fermiamo ad analizzare i fatti e, soprattutto, le cifre che emergono dai recenti tavoli di contrattazione, emerge un quadro che fatichiamo a comprendere e che, con il dovuto rispetto per le istituzioni, sentiamo il dovere di contestare.
Sul tavolo c’è il rinnovo contrattuale del comparto sicurezza, un tema che si trascina stancamente, appesantito da dichiarazioni d’intenti che faticano a tradursi in fatti concreti.
Macchinari all'avanguardia, operatori dimenticati
Un primo, stridente paradosso riguarda l'allocazione delle risorse statali. Apprendiamo che i fondi destinati alla Difesa ammontano a circa 13 miliardi di euro. Si tratta di una cifra imponente, certamente giustificabile e necessaria per l'ammodernamento tecnologico e strategico del nostro Paese, specialmente in un contesto geopolitico complesso e instabile come quello attuale.
Tuttavia, sorge spontanea una domanda che sembra sfuggire a chi redige i bilanci: chi opererà questi macchinari di ultima generazione? I veicoli, i sistemi di difesa e le tecnologie avanzate non si guidano da soli. Richiedono l'impegno, la competenza e il sacrificio di uomini e donne in carne ed ossa. È quantomeno singolare, per non dire miope, investire cifre astronomiche nell'equipaggiamento, trascurando al contempo il benessere economico e la dignità professionale di chi quell'equipaggiamento dovrà utilizzarlo sul campo.
La mortificazione dei 6,70 euro
Il punto di rottura, che riteniamo inaccettabile, risiede nel compenso previsto per il lavoro straordinario. Parliamo di 6,70 euro all'ora.
È oggettivamente mortificante constatare che l'ora di straordinario di un operatore del comparto sicurezza sia, di fatto, la meno pagata dell'intero panorama lavorativo italiano. Come si può chiedere a un servitore dello Stato di rischiare la propria incolumità, rinunciando al tempo per sé e per la propria famiglia, riconoscendogli un compenso orario che rasenta l'irrisorio?
A questo si aggiunge un'ulteriore anomalia che ha il sapore amaro dell'ingiustizia: la sperequazione interna. Nonostante il comparto attinga a un bacino unico di fondi per gli straordinari, si assiste a una dinamica per cui i dirigenti vedono un incremento delle proprie indennità, mentre il personale contrattualizzato resta fermo al palo di quei famigerati 6,70 euro. Se le risorse appartengono a un unico fondo, i benefici e le tutele dovrebbero essere distribuiti con un criterio di equità, senza creare operatori di "serie A" e "serie B".
La necessità di un dissenso costruttivo
Di fronte a queste evidenze, la presa di posizione di sigle sindacali come l'USIC (Unione Sindacale Italiana Carabinieri) appare non solo condivisibile, ma storicamente necessaria. Annunciare che non verrà apposta alcuna firma su un rinnovo contrattuale privo di risorse adeguate non è un atto di mera e sterile ribellione. È, al contrario, un richiamo alla responsabilità.
È facile, per la politica, dispensare promesse nei momenti di emergenza, salvo poi ritirare la mano quando si tratta di far quadrare i conti. Ma il rispetto per le Forze dell'Ordine non si dimostra (solo) con le pacche sulle spalle. Si dimostra riconoscendo il giusto valore al loro tempo e al loro rischio.
Fino a quando non si troveranno le coperture finanziarie per garantire un contratto dignitoso, il rifiuto di firmare accordi al ribasso rimane l'unico strumento di tutela reale. Non si tratta di chiedere privilegi, ma di esigere quella normalità e quel rispetto che uno Stato di diritto non dovrebbe mai far mancare a chi lo difende.
Antonio Sebastiani

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