Questa mattina, davanti al Ministro Guido Crosetto, le Associazioni Professionali a Carattere Sindacale tra Militari (APCSM) hanno ribadito un messaggio chiaro: il D.Lgs. 66/2010 e il recente Decreto 9/2025 devono essere rivisti con urgenza. Serve una riforma seria, che trasformi un riconoscimento solo formale del diritto sindacale in strumenti concreti di tutela per chi indossa l’uniforme.
Il comunicato consegnato dalle APCSM al Ministero della Difesa denuncia un quadro normativo ancora troppo restrittivo, con interpretazioni che spesso soffocano la possibilità di agire efficacemente a difesa dei militari. Il confronto con le amministrazioni è cresciuto, è vero, ma è ancora una salita ripida e faticosa, segnata da una burocrazia che sembra non voler fare il passo decisivo.
Il cuore della protesta
Le APCSM chiedono quattro cose fondamentali, che non sono privilegi, ma diritti elementari per qualsiasi sindacato:
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Agibilità sindacale reale, che permetta un dialogo diretto anche nelle realtà locali e non solo a livello regionale.
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Procedure di consultazione e informazione trasparenti, per non relegare i sindacati militari a semplici spettatori delle decisioni.
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Prerogative chiare per i dirigenti sindacali, che oggi vivono nell’incertezza su avanzamenti di carriera, impieghi e persino sul trattamento economico.
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CAF e Patronato, strumenti indispensabili per fornire supporto vero agli iscritti, ma che la normativa attuale nega ai sindacati militari.
E il messaggio finale non lascia spazio a dubbi: se non ci saranno segnali concreti, le APCSM sono pronte a disertare i tavoli per i prossimi rinnovi contrattuali. Una presa di posizione dura, ma inevitabile.
Un ritardo che non possiamo più accettare
A distanza di anni dall’introduzione del D.Lgs. 66/2010, e ora con il nuovo Decreto 9/2025, la politica ha celebrato l’apertura ai sindacati militari, ma senza fornire strumenti reali di autonomia e potere contrattuale. È come consegnare una bandiera e pretendere che sventoli da sola.
I Carabinieri, così come tutti i militari, vivono pressioni quotidiane, responsabilità enormi e rischi concreti. Non possono essere cittadini di “serie B” quando si tratta di tutele legali e diritti sul lavoro.
È il momento che il Governo e il Parlamento dimostrino di voler fare sul serio: armonizzare la normativa con quella delle Forze di polizia ad ordinamento civile, garantendo alle APCSM la stessa dignità sindacale riconosciuta a chi svolge compiti simili in contesti diversi.
Se questo non accadrà, il D.Lgs. 66/2010 e il Decreto 9/2025 resteranno una riforma incompiuta, una promessa tradita. E noi – militari, Carabinieri, cittadini – non possiamo accettarlo.

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