Antonio Sebastiani

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Quinto suicidio nei Carabinieri il dramma di morire in caserma a soli 27 anni

Quinto suicidio nei Carabinieri: il dramma di morire in caserma a soli 27 anni

Lo schermo dello smartphone si illumina nella semioscurità dell’auto di servizio. È la fine di un turno di pattuglia lungo, logorante, di quelli che ti lasciano addosso il freddo della strada e il peso delle miserie umane con cui devi confrontarti. La notifica arriva da un sito di cronaca locale, ma il titolo è una lama che squarcia il silenzio dell'abitacolo: "Carabiniere trovato morto in caserma a 27 anni". Poche parole, spietate. È il quinto suicidio dall'inizio del 2026. Un altro fratello in divisa che ha deciso di farla finita, questa volta nel bresciano.

La prima reazione di chi indossa quegli stessi alamari non è lo stupore, ma un senso di nausea e di profonda, dolorosa rassegnazione. Ventisette anni. L'età in cui la carriera dovrebbe essere una tela bianca piena di aspettative e che invece, per quel ragazzo, si è trasformata in un vicolo cieco. Leggere che è stato trovato senza vita proprio in caserma fa ancora più male. La caserma dovrebbe essere la nostra seconda casa, il luogo del cameratismo, della famiglia allargata e della sicurezza; sapere che per lui è diventata la prigione solitaria della sua disperazione stringe lo stomaco in una morsa.

Mentre il Paese dorme tranquillo, chi lo protegge si sta sgretolando nel silenzio. E quel silenzio istituzionale è assordante. Per un carabiniere, scorrere le righe di quell'articolo di cronaca è come ricevere un pugno in pieno petto. Non importa se non si conosceva il volto o il nome di quel giovane collega; si conoscono perfettamente i demoni che lo hanno divorato nell'ombra. Sono gli stessi fantasmi che si aggirano nei corridoi, nelle camerate delle stazioni, nei lunghi silenzi tra colleghi durante un turno di notte. Lo stress accumulato, la lontananza dagli affetti, la pressione psicologica costante e, soprattutto, il peso di un'istituzione che troppo spesso appare rigida e incapace di abbracciare le fragilità dei propri figli.

Il carabiniere che fissa quello schermo si sente improvvisamente nudo sotto la divisa che, agli occhi di tutti, dovrebbe rappresentare unicamente invulnerabilità. Nella nostra cultura militare, chiedere aiuto è ancora, tragicamente, uno stigma. Ammettere di essere crollati, di non farcela più a reggere l'urto, significa rischiare conseguenze immediate: vedersi ritirare l'arma d'ordinanza, subire un demansionamento, essere marchiati. E così si sceglie di tacere. Si nasconde l'angoscia dietro un "tutto bene, comandante", fino a quando, a soli 27 anni, il buio prende irrimediabilmente il sopravvento.

Sale la rabbia, sorda e pungente. Rabbia verso un sistema in cui gli sportelli di ascolto psicologico vengono spesso percepiti dal personale come distanti o pericolosi per la propria carriera. Rabbia per il cordoglio di facciata che seguirà questa ennesima tragedia, per le parate e le parole di rito ai funerali che suonano insopportabilmente vuote di fronte all'assenza di una prevenzione reale.

Il carabiniere fa un respiro profondo, blocca lo schermo del telefono e lo rimette in tasca. Ingrana la marcia. La radio della centrale gracchia per un nuovo intervento. Il dovere chiama e la vita fuori continua implacabile, ma dentro, nel buio dell'abitacolo, pensando a quel ragazzo di ventisette anni che non c'è più, un altro pezzo di anima si è spezzato in modo irreparabile. L'Arma continua a marciare, ma il suo passo oggi è zavorrato dal peso di chi è rimasto indietro. È un imperativo morale che questo muro di silenzio si rompa, prima della prossima, inesorabile notifica.

Antonio Sebastiani

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