La notte patavina è stata recentemente teatro di un episodio che lascia l'amaro in bocca e impone una riflessione ineludibile sullo stato del nostro vivere civile e sul reale significato della parola "libertà". Nel quartiere Arcella di Padova, quello che doveva essere un semplicissimo controllo di routine da parte delle forze dell'ordine si è improvvisamente trasformato in una violenta, quanto ingiustificabile, aggressione. Il bilancio finale parla da sé: quattro militanti legati al centro sociale locale sono stati arrestati, tutti di età compresa tra i 21 e i 30 anni, mentre ben sette Carabinieri sono rimasti feriti e sono stati costretti a ricorrere a cure mediche. Di fronte a simili notizie, la società civile non può e non deve limitarsi a voltare la testa dall'altra parte. È nostro dovere civico analizzare i fatti e, soprattutto, deprecare con voce ferma le azioni di chi sceglie la scorciatoia della violenza mascherandola, in maniera maldestra, da attivismo politico.
Tutto si è svolto in modo tanto rapido quanto inaccettabile la sera di mercoledì 15 aprile 2026. Una pattuglia dei Carabinieri stava effettuando un normale servizio di controllo del territorio, un'attività che costituisce una garanzia fondamentale per la sicurezza quotidiana di ogni cittadino. Fermati per un banale accertamento dei documenti, gli esponenti del centro sociale hanno opposto fin da subito una resistenza ostinata e feroce. La situazione è degenerata rapidamente, attirando sul posto decine di altri militanti e simpatizzanti. I militari dell'Arma si sono ritrovati accerchiati, subendo insulti e percosse, tanto da essere costretti a chiamare urgenti rinforzi. Sul posto sono confluite altre pattuglie di Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza e Polizia Locale per riportare la calma. Tra le persone coinvolte è persino emerso un giovane che celava uno zaino contenente un martello, uno strumento che nulla ha a che vedere con il pacifico dissenso politico. L'epilogo è stato di sette divise contuse e quattro giovani in manette, chiamati a rispondere per direttissima con le gravissime accuse di resistenza aggravata a pubblico ufficiale e lesioni. Questi sono i fatti crudi e oggettivi. Non si è trattato in alcun modo di una limitazione della libertà di parola, non si è trattato di censura: si è trattato di una lecita e dovuta richiesta di identificazione sfociata in un assalto fisico.
Riflessione: È giusto o sbagliato questo atteggiamento? Di fronte a una dinamica così allarmante, la domanda che molti cittadini si pongono è: ma questo atteggiamento, per chi si definisce un "attivista", ha una qualche pur minima giustificazione morale o sociale? La risposta, netta e ferma, è no. È profondamente, intrinsecamente e inequivocabilmente sbagliato. In un Paese che si definisce civile, le regole condivise sono la base inamovibile della convivenza. Nessun individuo, per quanto si senta interiormente portatore di un ideale superiore, si trova al di sopra della Legge. Il diritto di manifestare, di associarsi, di riunirsi in assemblea e di esprimere le proprie opinioni politiche è sacro e costituzionalmente garantito in Italia, ma non deve mai essere confuso o sovrapposto con una presunta immunità all'impunità. Rifiutare sistematicamente l'identificazione, fare "branco", accerchiare una pattuglia e arrivare ad alzare le mani contro chi sta lavorando indossando una divisa non è affatto un atto di coraggio politico; è, molto più banalmente, un reato penale. Chi sceglie deliberatamente di aggredire le forze dell'ordine compie un atto di prevaricazione inaccettabile, che si allontana sideralmente da quello che dovrebbe essere il vero attivismo sociale per il bene della comunità. Colpire un Carabiniere significa aggredire un lavoratore, un servitore dello Stato e, in definitiva, attaccare la comunità intera che egli ha giurato e che è chiamato a proteggere.
Ed è proprio in queste contraddizioni che si annida il punto più dolente e critico di tutta la vicenda. Come società civile, dobbiamo avere l'onestà intellettuale e il coraggio di puntare il dito senza timidezze contro l'enorme, macroscopica ipocrisia di questi sedicenti attivisti. Frequentemente, questi individui si ergono a paladini incontrastati dei diritti, si autoproclamano difensori delle minoranze e custodi della Costituzione. Predicano incessantemente in ogni piazza la parola "democrazia", si riempiono la bocca di termini altisonanti come "antifascismo", "uguaglianza" e "libertà".
Eppure, la loro vera natura emerge limpidamente quando si spengono i microfoni delle assemblee e ci si ritrova per strada, faccia a faccia con lo Stato di diritto. La democrazia che reclamano con tanto ardore sembra valere, a conti fatti, esclusivamente per loro stessi. Vogliono essere totalmente liberi di fare ciò che vogliono, quando vogliono, eludendo i doveri minimi e le responsabilità che gravano su ogni altro normale cittadino. Si appellano pretestuosamente alla libertà per tentare di giustificare l'anarchia comportamentale e un'aggressiva intolleranza verso le regole comuni della convivenza.
Se la democrazia è, per definizione, l'ascolto, il rispetto delle opinioni altrui e la sottomissione pacifica alle leggi concordate dalla collettività democratica, come si concilia tutto questo con il colpire con calci, spintoni e pugni chi ci sta semplicemente chiedendo di mostrare un documento di identità? La logica ci suggerisce che non si concilia affatto. Questo modo di agire somiglia tragicamente alla prepotenza del più forte, all'intimidazione del gruppo che fa branco contro il singolo rappresentante delle Istituzioni. Pretendono di difendere e voler migliorare la società, ma contemporaneamente aggrediscono ferocemente chi questa società si impegna a proteggerla ogni singola notte sulle strade, rischiando la propria incolumità personale per uno stipendio modesto. È un cortocircuito logico e morale assolutamente inaccettabile.
La città di Padova, così come l'Italia intera, è costituita per la stragrande maggioranza da cittadini onesti, famiglie e lavoratori pacifici che desiderano solo vivere in sicurezza, nel decoro e in tranquillità. Non può esserci e non deve esserci alcuno spazio per chi pretende di trasformare interi quartieri in zone franche in cui le leggi dello Stato vengono sospese a discrezione di una minoranza rumorosa. Dobbiamo esprimere come comunità la più totale, ferma e incondizionata solidarietà ai sette Carabinieri rimasti feriti nell'adempimento del loro fondamentale dovere. Al tempo stesso, occorre che la condanna sociale e istituzionale verso queste frange estremistiche sia unanime, chiara e trasversale, priva di qualsiasi alibi o attenuante politica. La vera democrazia si coltiva, si dimostra e si difende rispettando la Legge e il prossimo, non certo prendendo a pugni chi indossa una divisa. Speriamo vivamente che questi tristi eventi servano a far maturare le coscienze: chi ricorre alla violenza di strada per imporre la propria arroganza non si trasforma mai in un eroe del popolo, ma resta soltanto un problema per il vivere civile.
Antonio Sebastiani

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