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Sgombero Askatasuna: violenza, consenso politico e doppio standard

Lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino non può essere letto come un fatto isolato né come una semplice operazione di ordine pubblico. È un evento che si colloca all’interno di una sequenza precisa di azioni e reazioni, che impone una riflessione più profonda sul rapporto tra violenza politica, consenso pubblico e narrazione mediatica.

È difficile ignorare che pochi giorni prima dello sgombero alcuni attivisti riconducibili all’area di Askatasuna si siano resi responsabili dell’assalto alla redazione del quotidiano La Stampa. Un episodio grave, simbolicamente potente, che ha colpito non le forze dell’ordine ma un organo di informazione. Proprio questo elemento sembra aver rappresentato un punto di svolta: un’azione percepita come intollerabile anche da settori della sinistra che, in altre circostanze, avevano mostrato maggiore prudenza o ambiguità nel giudicare le attività del centro sociale.

Lo sgombero, infatti, ha trovato una giustificazione trasversale, quasi unanime. Ed è qui che nasce la domanda più scomoda: se la stessa operazione fosse avvenuta in seguito a violenze contro le forze dell’ordine — violenze già viste in passato, ad esempio durante gli scontri No Tav in Val di Susa — l’opinione pubblica avrebbe reagito allo stesso modo? Oppure si sarebbe assistito all’ennesima ondata di accuse contro il Ministro dell’Interno, con la polizia descritta come strumento repressivo e non come garante della legalità?

La sensazione è che esista una gerarchia implicita delle vittime, una diversa tolleranza della violenza a seconda di chi la subisce. Quando a essere colpiti sono uomini e donne in divisa, la condanna appare spesso più tiepida, giustificata o relativizzata. Quando invece l’obiettivo diventa un simbolo mediatico o istituzionale “sensibile”, allora il quadro cambia.

Riflettere su Askatasuna significa interrogarsi non solo sullo sgombero in sé, ma su un doppio standard che continua a indebolire il concetto stesso di legalità democratica.

Antonio Sebastiani

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