C’è un confine invisibile, ma invalicabile, che separa chi serve lo Stato da chi se ne serve. Quel confine è tracciato dal rispetto della legge, dall’etica del dovere e, soprattutto, dalla sacralità della vita umana, anche quando si opera nei contesti più degradati come il boschetto di Rogoredo. Con il fermo per omicidio volontario di Carmelo Cinturrino, assistente capo del commissariato Mecenate, non assistiamo solo a un fatto di cronaca nera, ma al crollo di un simbolo. Per noi, e per chiunque creda nelle istituzioni, Cinturrino da oggi è solo un "ex collega". Anzi, citando le parole durissime ma necessarie del Capo della Polizia Vittorio Pisani, è semplicemente un delinquente.
I fatti emersi dalle indagini della Squadra Mobile di Milano delineano un quadro agghiacciante che va ben oltre l’errore operativo o l’eccesso di legittima difesa. La ricostruzione degli inquirenti ci parla di un’esecuzione a sangue freddo ai danni di Abderrahim Mansouri, un ragazzo di 28 anni che, pur essendo uno spacciatore, aveva il diritto di essere fermato e processato, non giustiziato.
Ciò che ferisce profondamente la comunità di chi indossa la divisa con onore non è solo lo sparo, ma tutto ciò che è seguito. Il tentativo di inquinare le prove, l’arma a salve piazzata accanto al cadavere per simulare una minaccia mai esistita, il ritardo deliberato nei soccorsi – ventitré minuti di silenzio mentre un uomo moriva – sono atti che ripudiano ogni protocollo e ogni briciolo di umanità. La presenza del solo DNA di Cinturrino su quella pistola scacciacani è la firma indelebile di un depistaggio maldestro e criminale.
Ancora più torbido è il movente che sta emergendo: un sistema di taglieggiamento e "pizzo" che Cinturrino avrebbe imposto ai pusher della zona. Se queste accuse fossero confermate, ci troveremmo di fronte a un uomo che aveva trasformato il suo distintivo in una licenza per delinquere, comportandosi come un boss in un territorio che avrebbe dovuto bonificare.
stigmatizzare l'operato di Cinturrino non significa solo condannare un crimine, ma proteggere l’immagine delle migliaia di agenti che ogni giorno rischiano la vita onestamente. Chi usa la forza in modo arbitrario, chi mente ai propri colleghi trascinandoli nel fango del favoreggiamento, chi tradisce la fiducia dei cittadini per tornaconto personale, smette istantaneamente di appartenere alla nostra famiglia.
La Polizia di Stato ha dimostrato una straordinaria salute democratica indagando al proprio interno con rigore e velocità. È questo il volto della legge: quello che non guarda in faccia a nessuno, nemmeno a chi porta i propri stessi colori. Carmelo Cinturrino ha scelto di stare dall'altra parte della barricata. Che la giustizia faccia il suo corso, con la severità che si deve a chi, avendo il compito di proteggere, ha scelto di distruggere.
Antonio Sebastiani

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