Antonio Sebastiani

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Pensioni e Forze dell'Ordine: qual'è il problema di chi si è arruolato dopo il 1996?

Pensioni e Forze dell'Ordine: qual'è il problema di chi si è arruolato dopo il 1996?

Oggi vorrei parlarvi di un argomento molto sentito da tanti colleghi, ma spesso difficile da comprendere per chi non è del mestiere: il problema delle pensioni per le Forze dell'Ordine e le Forze Armate. In particolare, mi rivolgo a chi si è arruolato dal 1° gennaio 1996 in poi, entrando in quello che viene chiamato "sistema contributivo puro".

È una questione seria, che cercherò di spiegarvi con parole semplici, senza usare troppi termini tecnici o toni polemici.

Come funziona oggi la pensione (e perché per noi è diverso)

Per capire dove nasce il problema, dobbiamo fare un piccolo passo indietro alla riforma delle pensioni del 1995 (la famosa Riforma Dini). Da quel momento, le pensioni non si calcolano più sull'ultimo stipendio preso, ma esclusivamente sui contributi che il lavoratore ha effettivamente versato durante tutta la sua vita lavorativa.

Per un normale dipendente, questo sistema si sposa con un'età pensionabile che oggi si aggira intorno ai 67 anni. Per noi del comparto sicurezza, però, le cose funzionano diversamente. Per via della natura usurante del nostro lavoro – pensate ai turni di notte, allo stress fisico e psicologico, ai servizi su strada – la legge prevede che si vada in pensione prima, di solito a 60 anni.

Ed è qui che nasce l'intoppo. L'INPS fa un ragionamento puramente matematico: siccome vai in pensione a 60 anni invece che a 67, prenderai l'assegno per più anni. Di conseguenza, spalma i tuoi contributi su un periodo più lungo, riducendo l'importo che ti spetta ogni mese. In pratica, chi va in pensione a 60 anni subisce un taglio netto rispetto a chi ci va più tardi. Questo calcolo si basa su un parametro che si chiama "coefficiente di trasformazione".

Il problema della pensione integrativa che non c'è

Quando è stata fatta questa riforma negli anni '90, la politica si era resa conto che le pensioni sarebbero diventate più basse. Per risolvere il problema, l'idea era quella di creare dei fondi per la pensione integrativa (la cosiddetta previdenza complementare), dove anche il datore di lavoro avrebbe versato una piccola quota in più.

Per i dipendenti pubblici civili, come ad esempio chi lavora nei ministeri o nella scuola, questi fondi sono stati creati e funzionano regolarmente. Per noi in divisa, invece, le cose si sono bloccate. Per decenni non è stato attivato nessun fondo integrativo ufficiale per il nostro settore. Questo significa che i colleghi arruolati dopo il '96 si ritrovano ad andare in pensione presto (come chiede la legge per motivi operativi), subendo il taglio matematico dell'INPS, ma senza avere quel "salvagente" della pensione integrativa che hanno gli altri lavoratori pubblici.

I recenti passi della politica: la "Previdenza Dedicata"

Per fortuna, grazie all'insistenza dei sindacati di categoria, negli ultimi tempi i governi hanno iniziato ad affrontare la questione. Con la Legge di Bilancio del 2022 (la Legge 234/2021) è stato creato un fondo per cercare di sistemare questa differenza e dare vita a una "Previdenza Dedicata" per le Forze dell'Ordine.

L'idea alla base è giusta: correggere quei famosi parametri matematici per fare in modo che chi va in pensione a 60 anni non perda troppi soldi rispetto al resto dei dipendenti statali. Tuttavia, i sindacati ci ricordano che i soldi messi a disposizione finora non sembrano sufficienti per risolvere il problema per tutti i colleghi interessati.

Il mio pensiero per chi amministra la cosa pubblica

Da cittadino attento alle dinamiche del nostro Paese, credo che una buona politica debba essere soprattutto concreta. Chiedere a un poliziotto, a un carabiniere o a un finanziere di fare un lavoro così delicato e rischioso è giusto, perché è la nostra missione. Così come è giusto e necessario abbassare l'età pensionabile per chi fa servizi operativi.

Però, allo stesso tempo, lo Stato deve garantire a questi lavoratori una vecchiaia serena. Risolvere il problema del sistema contributivo per il nostro comparto non significa dare dei privilegi a una categoria, ma semplicemente applicare il buonsenso per evitare che le regole matematiche penalizzino chi ha dedicato la propria vita alla sicurezza degli altri.

Spero davvero che il governo e il parlamento continuino a lavorare su questo tema, trovando i fondi necessari per chiudere finalmente questa partita.

Un caro saluto a tutti,

Antonio Sebastiani

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