Oggi voglio affrontare un argomento che rappresenta uno snodo cruciale tra il mondo delle Forze dell'Ordine e quello della politica locale. Parliamo della riforma della Polizia Locale, un tema che per troppo tempo è stato snobbato dai salotti della politica nazionale ma che, in realtà, incide quotidianamente sulla sicurezza delle nostre strade e delle nostre città.
Ho sempre creduto in un principio fondamentale: la sicurezza non si costruisce a compartimenti stagni. Chi opera ogni giorno sulle nostre strade per garantire la legalità porta sulle proprie spalle la stessa responsabilità, indipendentemente dal colore della divisa. Eppure, per decenni, abbiamo tollerato un sistema che ha trattato la Polizia Locale come una forza di "serie B".
I numeri di un sistema rimasto agli anni '80
Per comprendere l'urgenza di questa riforma dobbiamo guardare ai numeri e ai fatti oggettivi.
La legge quadro che ancora oggi disciplina la Polizia Municipale è la Legge n. 65 del 1986. Stiamo parlando di quarant'anni fa. Era un'Italia senza smartphone, senza internet e, soprattutto, con dinamiche di criminalità urbana e di degrado profondamente diverse da quelle attuali, caratterizzate da piazze di spaccio, baby gang e nuove forme di violenza.
In questi quarant'anni ai colleghi della Polizia Locale è stato chiesto di fare sempre di più: garantire la sicurezza urbana, intervenire in situazioni di ordine pubblico, contrastare lo spaccio, effettuare controlli sempre più complessi. Ma con quali tutele?
I dati INAIL parlano chiaro e sono allarmanti: ogni anno si registrano circa 2.000 infortuni nel comparto della Polizia Locale, la maggior parte dei quali dovuti ad aggressioni fisiche subite durante il servizio.
A questo si aggiunge un dato anagrafico che dovrebbe far riflettere ogni amministratore locale. I report dell'ANCI evidenziano come, nei Comuni italiani, l'età media del personale sfiori ormai i 50 anni, con punte che raggiungono i 55 anni in molte realtà. Stiamo letteralmente chiedendo a personale non più giovanissimo di affrontare situazioni di elevatissima tensione operativa, spesso senza adeguate tutele previdenziali e senza strumenti tecnologici all'altezza delle sfide quotidiane.
La svolta in Parlamento: l'accesso al CED e le nuove tutele
Fortunatamente, la politica nazionale sembra essersi finalmente resa conto della necessità di intervenire.
Il Disegno di Legge delega per la riforma della Polizia Locale, che ha recentemente ottenuto il via libera della Camera dei Deputati, contiene alcuni passaggi destinati a segnare una svolta storica.
Tra questi spicca l'accesso alle banche dati ministeriali, il cosiddetto CED Interforze (SDI).
Vorrei spiegare in termini semplici perché questo rappresenta un cambiamento così importante per la sicurezza di tutti.
Fino a oggi, se una pattuglia della Polizia Locale fermava un veicolo sospetto nel cuore della notte per un normale controllo, non aveva la possibilità di interrogare autonomamente e in tempo reale la banca dati ministeriale per verificare se la persona identificata fosse un pluripregiudicato, un ricercato o un soggetto pericoloso, magari titolare di porto d'armi.
Per ottenere queste informazioni era necessario contattare le centrali operative delle Forze di Polizia, con un inevitabile allungamento dei tempi e un conseguente aumento dei rischi per gli operatori.
Con la riforma, invece, gli agenti potranno conoscere immediatamente chi hanno di fronte, valutare correttamente il livello di rischio e calibrare l'intervento in modo più sicuro ed efficace.
A ciò si aggiungono disposizioni più chiare in materia di armamento, dotazioni tecnologiche – come taser e bodycam – e, finalmente, un progressivo allineamento delle tutele previste per gli infortuni e le malattie professionali, riconoscendo concretamente i rischi che questi operatori affrontano ogni giorno.
Il ruolo della politica locale: serve un cambio di mentalità
Ed è proprio qui che voglio arrivare con questa riflessione, rivolgendo un messaggio a tutti coloro che oggi amministrano un Comune o aspirano a farlo.
Un Sindaco e un'amministrazione comunale non possono più limitarsi a chiedere "più Carabinieri" o "più Polizia" al Prefetto, scaricando sulle sole Forze dello Stato ogni responsabilità in materia di sicurezza urbana.
Oggi un Comune lungimirante ha il dovere politico e morale di investire seriamente sulla propria Polizia Locale.
Dobbiamo definitivamente superare la vecchia figura del "vigile urbano" visto esclusivamente come colui che passa la giornata a sanzionare le soste vietate per fare cassa.
La realtà è completamente diversa.
Abbiamo bisogno di professionisti della sicurezza, adeguatamente formati, costantemente addestrati, dotati di strumenti moderni e inseriti in un sistema di controllo del territorio che operi in piena sinergia con l'Arma dei Carabinieri e con tutte le altre Forze di Polizia dello Stato.
Se la riforma nazionale arriverà finalmente a compimento e metterà a disposizione gli strumenti legislativi necessari, spetterà poi alla volontà politica dei singoli Comuni tradurre quei principi in fatti concreti.
Investire nell'acquisto di dotazioni sicure, promuovere corsi di difesa personale e tecniche operative, garantire un costante aggiornamento professionale e assicurare un'efficace tutela legale agli operatori: sono queste le scelte che distinguono un'amministrazione che fa semplice propaganda da un'amministrazione che investe realmente nella sicurezza dei propri cittadini.
Chi ogni giorno rischia la propria incolumità per proteggere la comunità merita rispetto, tutele adeguate e strumenti moderni.
Antonio Sebastiani

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