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Rogoredo: Quando il dovere incrocia la tragedia. Solidarietà al collega nel tritacarne giudiziario

I fatti avvenuti lo scorso 26 gennaio 2026 nel cuore del "boschetto della droga" a Rogoredo, Milano, ci consegnano un quadro che va ben oltre la cronaca nera. È una vicenda che scuote l’animo di chiunque indossi una divisa, ma che dovrebbe interrogare profondamente anche l’opinione pubblica e le istituzioni. Un collega della Polizia di Stato, un uomo del Commissariato Mecenate con anni di servizio alle spalle, si trova oggi indagato per omicidio volontario dopo aver esploso un colpo fatale contro un 28enne straniero che, in quel momento, gli puntava contro una pistola.

In questo spazio non vogliamo solo riportare i fatti, ma stringerci attorno a un servitore dello Stato che, in una frazione di secondo, ha dovuto decidere tra la propria vita e quella di chi lo minacciava.

La dinamica: una frazione di secondo per decidere

Siamo intorno alle 17:20. La luce cala, la penombra inghiotte i sentieri di via Giuseppe Impastato, un’area che lo Stato cerca faticosamente di sottrarre al degrado dello spaccio. Il collega, insieme ad altri operatori in borghese e in divisa, è impegnato in un controllo antidroga. È un contesto ad alto rischio, dove la tensione è palpabile e le insidie si nascondono dietro ogni cespuglio.

Secondo le ricostruzioni fornite al Pubblico Ministero, il soggetto — poi identificato come Abderrahim Mansouri, figura nota alle forze dell'ordine e appartenente a una delle famiglie che gestiscono lo spaccio in zona — si sarebbe avvicinato agli agenti. Nonostante l'intimazione dell’"alt" e la qualificazione come Polizia, l’uomo avrebbe estratto un’arma puntandola direttamente contro il collega.

Qui subentra il dramma umano e professionale: il poliziotto, a circa venti metri di distanza e in condizioni di scarsa visibilità, estrae l'arma d'ordinanza e spara. Un solo colpo. Solo successivamente si scoprirà che l’arma dell'aggressore era una replica a salve, una Beretta 92 priva del tappo rosso, identica in tutto e per tutto a un’arma letale.

L’aspetto giudiziario: tra atto dovuto e legittima difesa

L'iscrizione del collega nel registro degli indagati per omicidio volontario ha scatenato i soliti titoli sensazionalistici. È fondamentale spiegare ai lettori di antoniosebastiani.it che, tecnicamente, si tratta spesso di un atto dovuto per consentire lo svolgimento di accertamenti irripetibili, come l’autopsia (prevista per il 3 febbraio) e le perizie balistiche.

Tuttavia, dal punto di vista giuridico, il fulcro del dibattito si sposterà inevitabilmente sulla legittima difesa putativa (Art. 59, comma 4 c.p.). La norma prevede che se l'agente ritiene per errore, determinato da una situazione di fatto oggettiva, di trovarsi in una situazione di pericolo attuale di un’offesa ingiusta, l'esimente della legittima difesa viene applicata.

Nel caso di Rogoredo, ci sono elementi che pesano come macigni:

  1. L'arma replica: Essendo priva di tappo rosso e puntata in condizioni di penombra, era oggettivamente indistinguibile da un'arma vera.

  2. Il contesto: Un'area boschiva nota per la violenza e la resistenza estrema dei pusher.

  3. Il tempo di reazione: Un poliziotto non ha il lusso di attendere che l'altro spari per primo per verificare se l'arma sia giocattolo. La "scelta" avviene in millisecondi.

"Ho avuto paura, non volevo uccidere, ma mi ha puntato la pistola contro". Queste parole del collega non sono una scusa, ma il resoconto umano di chi è stato addestrato a proteggere e si è trovato costretto a difendersi.

Solidarietà a chi serve lo Stato

Mentre la magistratura farà il suo corso — e siamo fiduciosi che la verità dei fatti emergerà con chiarezza — non possiamo ignorare il peso psicologico che grava sul collega. Essere "indagato per omicidio" dopo aver fatto il proprio dovere è un paradosso che logora.

Esprimiamo la nostra più totale solidarietà al collega. Egli non era lì per caso; era lì per noi, per ripulire un angolo di Milano dalla "morte bianca", per restituire sicurezza a un quartiere difficile. Non possiamo accettare che chi opera in prima linea venga lasciato solo nel momento in cui la realtà operativa presenta il conto più amaro.

Negli ultimi giorni sono emerse anche notizie riguardanti vecchi procedimenti o discrepanze in verbali passati attribuiti allo stesso operatore. Invitiamo tutti alla cautela: il processo mediatico non deve inquinare l'accertamento dei fatti attuali. Un uomo della Polizia di Stato merita che il suo operato venga giudicato sulla base di ciò che è accaduto in quel boschetto, non sulla base di suggestioni o attacchi volti a delegittimarne la figura.

Verso la verità

L'autopsia e la consulenza balistica saranno decisive per determinare distanze, traiettorie e dinamiche. Ma oltre alle carte giudiziarie, resta il dato umano: un giovane ha perso la vita, ed è sempre una tragedia, ma un servitore dello Stato ha visto la propria esistenza stravolta per aver risposto a una minaccia che appariva, in tutto e per tutto, mortale.

Non lasceremo che il "tritacarne" mediatico consumi la dignità di chi indossa la divisa. Saremo vigili, resteremo al fianco del collega e continueremo a chiedere che le Forze dell'Ordine siano messe nelle condizioni di operare con tutele legali certe e adeguate alla complessità dei tempi moderni.


Caro collega, non sei solo. La tua famiglia, i tuoi compagni e tutti i cittadini che credono nella legalità sanno che quella sera, a Rogoredo, non hai cercato il conflitto, ma hai risposto a un destino che nessuno di noi vorrebbe mai incrociare.

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