Le cronache recenti che arrivano dalle strade di Torino non ci consegnano solo l’immagine di una città ferita, ma il ritratto inquietante di una deriva sociale che non possiamo più permetterci di ignorare. Il corteo organizzato a sostegno del centro sociale Askatasuna si è trasformato, come purtroppo era prevedibile, nell’ennesimo teatro di guerriglia urbana, dove il bersaglio preferenziale non è stato un’idea politica, ma il corpo delle forze dell’ordine.
Davanti alle immagini dei fumogeni, dei lanci di sassi e degli attacchi frontali ai reparti della Polizia di Stato e dell'Arma dei Carabinieri, è necessario fermarsi e chiamare le cose con il loro nome. Non stiamo parlando di "dissenso", né di "libertà di espressione". Stiamo parlando di un attacco deliberato allo Stato e a chi lo rappresenta in prima linea.
Il mito dell’antagonismo oltre la legge
Il caso Askatasuna è emblematico. Da anni assistiamo a un braccio di ferro tra l’amministrazione comunale, la magistratura e una realtà che si è autoproclamata "zona franca". Il tentativo di regolarizzare o, peggio, di "istituzionalizzare" un’occupazione illegale ha sortito l’unico effetto di galvanizzare chi, in quelle mura, coltiva da decenni una retorica del conflitto permanente.
Il corteo di Torino ha dimostrato che, per certi gruppi, la mediazione non è un’opzione. La piazza è diventata il palcoscenico di una violenza rituale, dove il passamontagna sostituisce il volto e il sanpietrino sostituisce l’argomento. Ma ciò che indigna di più, e che intendo denunciare con forza su questo blog, è la sistematica demonizzazione di uomini e donne in divisa che, per pochi euro l’ora, si trovano a fare da scudo umano tra l'ordine democratico e il caos ideologico.
Stigmatizzare la violenza: un dovere civile
Perché dobbiamo stigmatizzare con fermezza questi comportamenti? Perché il silenzio o l’ambiguità equivalgono a una complicità morale. Quando un manifestante lancia una bomba carta o colpisce un poliziotto con un’asta, non sta lottando per il diritto alla casa o contro il caro vita. Sta semplicemente riaffermando un potere prepotente e antidemocratico.
Le forze dell’ordine sono state bersagliate da una pioggia di oggetti, insultate e aggredite. Eppure, nel racconto mediatico di certi settori, si cerca sempre di trovare una "giustificazione" sociale, un contesto che possa attenuare la gravità di questi atti. Non c’è contesto che giustifichi l’odio verso chi garantisce la nostra sicurezza. È inaccettabile che il diritto a manifestare venga utilizzato come un cavallo di Troia per scatenare la caccia al poliziotto.
L’ipocrisia dei "buoni maestri"
Non possiamo non rivolgere lo sguardo anche a quella parte di politica e di intellettualità che, con una tolleranza colpevole, ha coccolato per anni queste realtà antagoniste. Definire Askatasuna un "bene comune" o tentare percorsi di co-progettazione con chi non riconosce l’autorità dello Stato è un errore strategico e morale.
Questi manifestanti si sentono forti perché sanno di godere di una certa copertura ideologica. Si sentono legittimati a scontrarsi con la polizia perché pensano che la loro "causa" sia superiore alla legge. Ma la verità è che la democrazia vive di regole condivise. Se accettiamo che un gruppo di persone possa occupare edifici, scontrarsi con gli agenti e devastare una città per difendere un privilegio basato sull'illegalità, allora stiamo firmando la resa del nostro sistema civile.
La solidarietà non deve essere un cliché
Mentre i soliti noti gridano alla "repressione" non appena la polizia è costretta a una carica di alleggerimento per non essere sopraffatta, io voglio esprimere la mia totale e incondizionata solidarietà agli agenti feriti. Uomini e donne che hanno famiglie a casa e che ogni giorno prestano servizio in un clima di ostilità crescente.
Vedere agenti che tornano a casa con contusioni e traumi a causa di una manifestazione che dovrebbe essere, per definizione, espressione di pensiero, è un fallimento per tutti. La polizia non è il nemico; la polizia è l'argine che impedisce alla legge del più forte di prevalere. Stigmatizzare chi li attacca significa difendere la nostra libertà di cittadini liberi e rispettosi delle regole.
Verso quale futuro?
Torino merita di meglio. L’Italia merita di meglio. Non possiamo continuare a tollerare che intere zone della città siano ostaggio di chi usa la violenza come unico linguaggio. È ora che la politica smetta di ammiccare a certi centri sociali nel timore di perdere qualche consenso elettorale nelle frange più estreme. La legalità non è un concetto negoziabile.
Il corteo per Askatasuna è stato l’ennesimo promemoria di quanto sia profondo il solco tra chi crede nelle istituzioni e chi vuole abbatterle. La mia posizione è chiara: non ci può essere spazio per la violenza gratuita, non ci può essere comprensione per chi aggredisce le forze dell'ordine e non ci deve essere impunità per chi trasforma le nostre strade in campi di battaglia.
Dalle pagine di di questo umilissimo blog, continuerò a ribadire che la civiltà si misura dal rispetto per chi serve lo Stato. Le immagini dei tafferugli di Torino sono una macchia scura sulla nostra democrazia. È tempo di dire basta. È tempo che la legge torni a essere uguale per tutti, senza zone franche, senza privilegi per i professionisti del disordine e con una tutela reale, legislativa e morale per chi indossa una divisa.
Chi attacca la Polizia attacca ognuno di noi. E noi non abbiamo intenzione di restare a guardare in silenzio.

Comments