La notizia della scomparsa del Brigadiere Battista Mastroianni, ritrovato privo di vita nella sua auto a Lamezia Terme, non è solo un freddo aggiornamento di cronaca nera. È un colpo al cuore per chiunque creda nel valore del servizio e nel sacrificio quotidiano di chi indossa l'uniforme. Di fronte a una tragedia di questa portata, il primo pensiero va inevitabilmente alla sua famiglia, ai suoi affetti e ai colleghi che con lui hanno condiviso la fatica e l’orgoglio di servire lo Stato. A loro va il mio più profondo e sentito cordoglio.
Tuttavia, il silenzio del lutto non può e non deve diventare il silenzio dell’indifferenza. Ogni volta che un servitore dello Stato se ne va in circostanze così tragiche, abbiamo il dovere morale di fermarci e chiederci: cosa stiamo facendo, concretamente, per proteggere chi protegge noi?
Oltre la divisa: l'uomo dietro il grado
Spesso l’opinione pubblica vede il Carabiniere come una figura granitica, un baluardo di sicurezza inattaccabile. Ma dietro quel grado, dietro quella divisa perfettamente in ordine, batte un cuore umano con le sue fragilità, i suoi pesi e le sue ombre. Il lavoro operativo non è fatto solo di procedure e leggi; è fatto di un carico emotivo enorme: il contatto con la sofferenza, la gestione dei conflitti, lo stress dei turni e la pressione di dover essere sempre all'altezza delle aspettative dei cittadini e dell'Istituzione.
Ignorare che questo carico possa, a lungo andare, logorare anche l'anima più forte è un errore che non possiamo più permetterci. Non è un segno di debolezza ammettere che un uomo in divisa possa soffrire; è, al contrario, un segno di estremo realismo e umanità.
L’urgenza di una rete di protezione: potenziare i Nuclei d’Ascolto
Le mie riflessioni oggi non vogliono limitarsi alla commemorazione, ma vogliono essere uno stimolo al cambiamento. È diventato imperativo potenziare i Nuclei d’Ascolto e i servizi di supporto psicologico all’interno delle Forze dell’Ordine.
Non servono interventi sporadici o di facciata. Serve una rete capillare, strutturata e, soprattutto, realmente accessibile. Molti colleghi, purtroppo, vivono ancora il malessere interiore come un tabù, temendo che manifestare una difficoltà possa compromettere la carriera o portare a una stigmatizzazione da parte dell'ambiente lavorativo. Dobbiamo abbattere questo muro di pregiudizio.
Cosa serve realmente?
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Intercettazione precoce: I nuclei d’ascolto non devono limitarsi ad aspettare che qualcuno bussi alla porta. Serve un monitoraggio attivo e una formazione specifica per i comandanti, affinché sappiano riconoscere i primi segnali di burn-out o di disagio nei propri collaboratori.
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Anonimato e tutela: È fondamentale che il supporto psicologico sia percepito come un luogo sicuro e protetto, dove la confidenzialità è assoluta e non vi sono ripercussioni sullo status professionale.
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Capillarità: Il supporto deve arrivare anche nelle stazioni più piccole e isolate, laddove il senso di solitudine può diventare più opprimente.
Per una cultura del benessere psicologico
Spero sinceramente che tragedie come quella del Brigadiere Mastroianni possano, nella loro immensa tristezza, servire da catalizzatore per una nuova sensibilità. Investire nella salute mentale non significa "ammorbidire" l'Arma, ma renderla più forte, più resiliente e più umana. Un Carabiniere che sa di poter contare su una mano tesa nel momento del bisogno è un operatore più sereno e, di conseguenza, un miglior servitore per la collettività.
Mentre attendiamo che le autorità facciano piena luce sulle circostanze della scomparsa di Battista, dobbiamo impegnarci a fare luce su tutto quel malessere che spesso resta nell'ombra delle nostre caserme. Lo dobbiamo a lui, a chi non c'è più e a tutti quei colleghi che ogni giorno continuano a svolgere il proprio dovere con dignità, nonostante il peso che portano nel cuore.
Non dobbiamo lasciare nessuno da solo. Mai più.

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