Oggi è una giornata di lutto denso, profondo e contraddittorio per l'Arma dei Carabinieri. Una di quelle giornate in cui il dolore si sdoppia e lascia spazio a una riflessione tanto amara quanto improrogabile. Da un lato, il cordoglio solenne, istituzionale e grato; dall'altro, lo strazio silenzioso e inaccettabile di una tragedia che continua a ripetersi, inascoltata.
Proprio questa mattina, nella maestosa cornice della Basilica di Santa Giustina a Padova, si è tenuto l'ultimo, commosso saluto al Gen. C.A. Maurizio Stefanizzi. Ho avuto il privilegio di conoscerlo e di apprezzarne in prima persona le straordinarie doti umane e professionali. Un uomo delle istituzioni, certamente, ma prima ancora un uomo dotato di una sensibilità e di un'intelligenza rare. A rendergli omaggio c'era tutto il Gotha dell'Arma dei Carabinieri, un riconoscimento doveroso per una vita spesa al servizio dello Stato con onore e dedizione. È stato un momento di grande intensità, un lutto che unisce chiunque lo abbia incontrato nel suo cammino.
Eppure, proprio mentre eravamo lì a piangere un Generale tanto stimato e amato, una notizia fredda, spietata e cupa squarciava la quiete da un'altra parte d'Italia. A Seveso, all'interno della sua caserma, un carabiniere ha deciso di mettere fine alla propria vita. Un gesto estremo, consumato in solitudine, che ci precipita in un lutto completamente diverso, carico di rabbia, frustrazione e malumore.
Come possiamo accettare questa dicotomia? Da una parte le massime cariche che si stringono giustamente per onorare una carriera brillante, e dall'altra il buio disperato di un servitore dello Stato che, nel silenzio della sua quotidianità, non ha trovato altra via d'uscita al proprio malessere interiore.
Il nostro primo pensiero va inevitabilmente alla famiglia e ai colleghi di Seveso, annientati da una perdita così traumatica. Ma il cordoglio formale, oggi, non basta più. Quello a cui stiamo assistendo non è un caso isolato, ma l'ennesimo capitolo di una vera e propria "strage silenziosa" che colpisce sistematicamente le donne e gli uomini in divisa.
Esiste un problema strutturale che l'Arma, così come tutte le istituzioni preposte alla nostra sicurezza, non può più permettersi di ignorare. Il disagio psicologico all'interno delle forze dell'ordine è ancora trattato come un tabù arcaico e inaccettabile. Chi è addestrato a proteggere gli altri teme che chiedere aiuto significhi mostrare debolezza. Persiste il terrore latente di subire ripercussioni sulla carriera, di essere giudicati dai superiori o di vedersi ritirare l'arma d'ordinanza. E così, il dolore viene represso, sepolto sotto l'uniforme, finché il peso non diviene mortale.
Le istituzioni hanno il dovere di proteggere chi ci protegge. Servono sportelli di ascolto slegati dalle rigide catene gerarchiche, un supporto psicologico costante, preventivo e strutturale che disintegri lo stigma della vulnerabilità.
Oggi piangiamo il Generale Stefanizzi, un uomo che ha onorato la divisa e che comprendeva profondamente il valore umano di chi la indossa. Ma proprio in suo nome, e in memoria del giovane collega di Seveso, esigiamo un cambio di rotta. Che questo ennesimo, insopportabile dramma spinga i vertici, oggi riuniti a Padova, a guardare oltre i protocolli e le cerimonie, per salvare la vita di chi, nel silenzio spietato di una caserma, si sente irrimediabilmente abbandonato.
Antonio Sebastiani
